“Sticazzi” Fitzgerald

Ai miei amici equilibristi

Ricordo gli ultimi minuti di una lezione di scrittura alla Scuola Holden, Elena Varvello, maestra e sublime scrittrice parlava di piani inclinati e storie. Una storia è una buona storia se il piano su cui rotolano le parole è inclinato; e ogni piano può avere diverse inclinazioni possibili. Il finale è il punto di convergenza; da tempo imprecisato è lì che ogni capoverso tende a confluire.
Mentre cercavo di fissare l’analogia vista tante volte sui libri di fisica, Elena lesse uno dei finali più belli della letteratura del Novecento. Mi parse insopportabile non averlo ancora letto.

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escape from an ordinary world

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.
Il finale del Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald

 Fu allora che ho proferito a voce alta: Sticazzi, Fitzgerald!

 

Francis Scott Fitzgerald
non lo conoscevo.

Non sapevo quasi nulla di lui, a parte un paio di recensioni, un libro e alcune critiche sbocconcellate dai carteggi acidi tra lui e Hemingway, ma a quel punto volevo sapere ogni quisquiglia sullo scrittore simbolo della gioventù perduta degli anni Venti.

Una generazione perduta che annaspa per restare a galla e si deteriora fisicamente e moralmente nel tentativo di consolidare una forma di successo economico e sociale, incapace di conciliarsi con il presente e di accogliere il futuro.
Da Finzioni, Ricordando Fitzgerald di Oriana Mascoli

Gli anni del Jazz, i mitici “Roaring Twenties” del tutto è possibile.
Successo fama gloria dovevano sembrare proprio a portata di mano, bastava allungare le braccia e afferrarli e non importava che lì fuori si stesse preparando un nuovo incubo bellico, non importava nemmeno l’avvicinarsi della crisi economica, perchè l’America era in un perenne stato di ubriachezza, che la rendeva cieca e instabile tra i due mondi: quello della spe­ranza, nel quale era­vamo stati gene­rati, e quello della delu­sione, che ave­vamo ben pre­sto sco­perto per conto nostro.

JAZZ AGE

Il magistero della scrittura innato di Fitzgerald mostra l’incertezza e l’agitazione. L’eleganza l’ebrezza alcolica l’odore dei soldi le scintille e la disgregazione. Ogni cosa descritta – senza il minimo sforzo – con un incredibile nitore. Ha portato sul palco la pulsione di vita e la pulsione di morte, la dualità tra Eros e Thanatos dell’animo umano. Il suo talento assomiglia al malessere allo stato liquido di Jackson Pollock, capace di riempire ogni forma, dalle bollicine di champagne alla polvere sozza che fluttua nella scia dei sogni.

Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto non lo capisca la farfalla, ed egli non se ne accorse neppure quando il disegno fu guastato o cancellato. Più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate e comprese com’erano fatte e imparò a riflettere e non riuscì più a volare perché era scomparso l’amore per il volo e poté solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo. – Ernest Hemingway –

Ha fatto dell’America un murales gigantesco che la percorre dalle periferie povere, ai ponti che conducono nella città perduta. La sua New York attraversata mille volte con le suole di cartone, quando la vita era letteralmente un sogno. E su queste quinte ha messo un uomo – Gatsby – a interpretare a fool che insegue la promessa biblica di trovare tutta la bellezza del mondo. L’America e Gatsby. Spray sgargianti e neon variopinti su un contorno di mascara sbavato.

 

Nessuno potrà mai capire l’America perché nessuno potrà mai conoscere il grande Gatsby.
- Jack Kerouac -

MANHATTAN_BRIDGE_TOWER_IN_BROOKLYN,_NEW_YORK_CITY,_FRAMED_THROUGH_NEARBY_BUILDINGS._BROOKLYN_REMAINS_ONE_OF_AMERICA'S..._-_NARA_-_555898La città vista da Queensborough Bridge,
è sempre una città che si vede per la prima volta,
nella sua prima folle promessa di tutto il mistero
e di tutta la bellezza del mondo.

 

Il Grande Gatsby
vorrei conoscerlo.

È il solstizio d’estate del 1922 nell’Est America, a Long Island. Un’estate afosa, impregnata dall’odore di gloria in disfacimento, gli ultimi anni di una nazione che gridava: Yes, I can nella nebbia. Nick Carraway, giovane di una famiglia agiata del Middle West da poco arrivato a Long Island per lavoro, viene invitato a una delle celebri feste del suo misterioso vicino di casa. E ci racconta, dall’interno e dall’esterno, l’estate in cui ha conosciuto il Grande Gatsby.
Nessuno sapeva chi fosse Gatsby, e tutti bisbigliavano una storia diversa sul suo conto. Omicida, truffatore, galantuomo, eroe militare, uno che ha studiato a Oxford, e chissà da quali mezzi illeciti era arrivata la sua incalcolabile fortuna. Uno che un giorno si era inventato il proprio destino ed era rimasto dov’era, tragicamente fedele a quell’idea. Ma nella sua enorme villa, alle sue feste sfacciate, entrava e usciva la meglio gioventù di New York, trascinata nel paese dei balocchi in pieno proibizionismo. E Gatsby distribuiva luce di stelle a falene di ogni genere. Musica Jazz, luminosi saloni da ballo, il pallido profumo dorato del caprifoglio, giunchiglie a perdita d’occhio, il fruscio delle pallettes su giovani sirene dai cappellini piumati. E là fuori New York, dissoluta distesa ai confini delle periferie dell’Est “alterato”, scaturita dalla luce verde dell’illusione.

Così veniva data alle stampe la prima edizione dell’opera curata dall’editore Scribner, con la sovraccoperta disegnata da Francis Cugat, “Celestial eyes”. Hemingway la definì la copertina più triste che avesse mai visto. Una copertina triste con un titolo da strillone.

 

La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione planetaria di se stesso. Era un figlio di Dio – frase che, se vuol dire qualcosa, vuol dire proprio questo – e doveva continuare l’opera del padre mettendosi al servizio di una bellezza vistosa, volgare, da prostituta. Così inventò con Jay Gatsby il tipo che poteva venire inventato da un diciassettenne e rimase fino alla fine fedele a questa concezione.

Un figlio di Dio doveva solo attendere e prima o poi l’occasione per elevarsi da una famiglia contadina fallita si sarebbe presentata. L’occasione arrivò e i tamburi rullanti del destino di Jay presero a suonare e le sirene a cantare di approdi luminosi e gloria. Nuovo Ulisse, ascoltò l’istinto che lo spingeva e addestrò la sua mente a salire salire e ancora salire, e una volta in cima avrebbe potuto succhiare la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia.

Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a ventimila chilometri di distanza.

In quell’epoca il distinguo tra vincenti e falliti aveva un solo nome: il denaro. Il giovane Jay possedeva il suo acume e quell’intelligenza ambiziosa plasmata dalla cultura, ma era ancora troppo povero quando l’amore per Daisy lo colse di sorpresa, durante il suo viaggio verso l’elevazione.

Sapeva che baciando quella ragazza, incatenando per sempre le proprie visioni inesprimibili all’alito perituro di lei, la sua mente non avrebbe più spaziato come la mente di Dio. Così aspettò, ascoltando ancora un momento il diapason battuto su una stella. Poi la baciò. Sotto il tocco delle sue labbra Daisy sbocciò per lui come un fiore, e l’incarnazione fu completa.

Il disorientamento di Gatsby andava oltre l’ebrezza dei sensi, era qualcosa di molto più profondo. Non importava quanto fosse insensato o irraggiungibile quel sogno, non importava quanto ci sarebbe voluto a tornare da lei, e nemmeno i cinque anni trascorsi avrebbero intaccato l’incarnazione con cui Gatsby coltivò il pensiero di Daisy. Non poteva tornare indietro, ma confidava che sarebbe stato possibile riportare al punto di partenza il passato.

Quasi cinque anni! Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per sua colpa, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.

Fece innalzare una villa immensa proprio dall’altro lato della baia dove abitava Daisy. Di notte osservava la luce verde al fondo del pontile davanti alla casa di lei, attendendendo, festa dopo festa, il giorno in cui l’oggetto di quel sogno inesprimibile avrebbe varcato la porta dello splendore costruito in suo nome.

Lee Miller, la modella preferita di Condé Nast, apprezzata fotografa, l’amica di Picasso, di Paul Eluard e Jean Cocteau, si muove per Parigi, dai salon ai bordelli, dai musei ai boudoir, da flapper: «una che fuma, beve e guida l’automobile da sola. Va a ballare nei club e si spalma il belletto sulle ginocchia perché non porta le calze. È una che non ha paura di scandalizzare e va a letto con chi vuole.

Lee Miller, una flapper, la modella preferita di Condé Nast.

Ma Daisy viveva in un universo crepuscolare, dove era necessario muoversi sulla superficie argentea della società, recalcitrante ad afferrare l’ideale romantico dell’amore.
Era l’epoca delle “maschiette”, le “flappers”. Dopo le lotte sociali cominciano a ribellarsi ai canoni prestabiliti, e abbracciano un nuovo stile di vita, abbeverandosi di isterie e sogni infranti dentro le feste della buona società. Capelli corti sotto raffinati cappellini, spacchi mozzafiato, anticonformiste e lunatiche…
In poche parole: le flappers erano moderne.

Una flapper è una che fuma, beve e guida l’automobile da sola. Va a ballare nei club e si spalma il belletto sulle ginocchia perché non porta le calze. È una che non ha paura di scandalizzare e va a letto con chi vuole.

 

"The Deep" di Jackson Pollock

“The Deep” di Jackson Pollock

In the deep

L’olocausto con cui si conclude il Grande Gatsby è una duplice morte, fisica e simbolica. Un finale grandioso che racconta di un mondo e di un uomo, entrambi spinti ad assommare in nuovi motivi la tristezza e la suggestione della vita.
Gatsby muore e con lui, senza possibilità di essere rettificata, la nevrosi dell’America degli anni Venti e la sua ossessione romantica mista di disincanto. La luce verde aveva perso per sempre il suo significato colossale nella lista degli oggetti fatati di Jay Gatsby.

Ora era di nuovo la luce verde di un pontile. Il numero degli oggetti fatati era diminuito di uno.

In the end

Fitzgerald non vide il successo del Grande Gatsby, morì a 44 anni di infarto e ubriaco di depressione, interprete nella vita dei lussi e degli eccessi del suo mondo. Era consapevole di aver scritto un capolavoro, nonostante la reazione tiepida e critica dei suoi contemporanei. Solo anni dopo la nuova generazione prese ad apprezzarlo come un caposaldo della letteratura del Novecento. Nei suoi ultimi scritti mette a nudo il suo stesso fallimento umano e professionale, il “Crollo”, come titolò uno dei racconti autobiografici che raccolse nella Trilogia del fallimento. Nonostante le difficoltà editoriali che incontrò la pubblicazione della Trilogia, Fitzgerald diede vita alla scrittura confessionale, che poi fu seguita da altri grandi scrittori e poeti americani come Capote, Tennessee Williams, e Sylvia Plath.

Fitzgerald può

ridere di sé e della pro­pria vita e ripen­sarla con la nostal­gia di chi ha molto sognato, e molto per­duto. È dif­fi­cile tro­vare in qua­lun­que altro libro sui rug­genti anni venti una simile capa­cità di com­pren­sione e di ana­lisi che, nel caso di Fit­zge­rald e per quanto para­dos­sale possa appa­rire, è resa ancor più intensa dal fatto di essere stato parte inte­grante di quel mondo, suo cori­feo e cantore.
Da Doppiozero, Fitzgerald, talento a parte di Luca Briasco

 

Lo scrittore con la figlia Frances Scott Fitzgerald

Francis  Scott Fitzgerald (1896, Minnesota – 1940, California) con la figlia Frances

 

In una lettera alla figlia scrive,

Things to worry about:

Worry about courage
Worry about cleanliness
Worry about efficiency
Worry about horsemanship…

Things not to worry about:

Don’t worry about popular opinion
Don’t worry about dolls
Don’t worry about the past
Don’t worry about the future
Don’t worry about growing up
Don’t worry about anybody getting ahead of you
Don’t worry about triumph
Don’t worry about failure unless it comes through your own fault.

E se mio figlio sarà un uomo migliore di me, un giorno verrà a dirmi: “Papà ti sbagliavi riguardo alla vita”. Possa allora io avere il buon senso di rispondere: Buona fortuna e arrivederci. Prendi la tua strada, battiti strenuamente, e lasciami qui, in mezzo a tutte le cose sbagliate che ho amato.”

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2 Comments

  1. Once upon a time, in America…

    In effetti, il titolo “piccante” che hai deciso di dare alla tua curiosa e brillante recensione potrebbe risultare indigesto ai lettori non avvezzi alle “insolenze” della critica letteraria indipendente ( indipendente dalla consorterie letterarie, dai premi letterari taroccati e anche dalle improbabili scuole per aspiranti scrittori…)!

    « la nostalgia di chi ha molto sognato, e molto perduto…» è rintracciabile in un altro capolavoro ( non letterario ma cinematografico, basato su uno sconosciuto romanzo scritto negli anni ’50 da Harry Grey – The Hoods- ) : C’era una volta in America, di Sergio Leone.
    Molti sono i punti in comune: i “roaring twenties”, gli anni del Jazz, il proibizionismo, l’ebbrezza alcolica, il sogno americano infranto e perduto prima ancora del raggiungimento, il peccato, la caduta, il contrabbando, il denaro, il ritorno del passato, la solitudine.
    Certo, Noodles non ha la stessa classe ed eleganza di Gatsby… ma è altrettanto vivo, altrettanto eroico.

    Mi permetto soltanto un piccolo appunto: mi sembra che il ponte ritratto nella foto non sia il Queensborough Bridge, ma il Manhattan Bridge, sotto il quale i piccoli gangster di Sergio Leone affrontano la loro quotidiana lotta per la sopravvivenza.

    I miei complimenti

    Silvio

    • Grazie mille Silvio del tuo commento erudito, brillante e competente!
      Il titolo del post è stato fonte di lunghe riflessioni, ma alla fine ho deciso che “Acciderbolina Fitzgerald” non aveva il tono giusto per comunicare la mia ammirazione. Ho chiesto a mio figlio che cosa ne pensasse di quel piccolo turpiloquio e lui mi ha risposto:”Forte mamma!”. E a quel punto non avevo più dubbi!
      Il tuo appunto sull’immagine di New York è sacrosanto; lo sapevo che non era il Queensborough Bridge, ma purtroppo non ho trovato una foto altrettanto bella e mi sono permessa la licenza poetica del “verosimile”, che spero il lettore voglia perdonarmi.
      Ti ringrazio per l’attenta analisi e la lettura.
      Laura

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