Le cose che ho da dire. Le dirò.

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“La dormiente”, opera di Tamara de Lempicka

Un bellissimo esercizio di scrittura e di espressione di sé si ispira a uno scritto del 2001 di Sandro Veronesi intitolato proprio “Le cose che ho da dire”; è un elenco di fatti, situazioni reali e verosimili, riflessioni e tematiche che lo scrittore ferma sul foglio con un ritmo incalzante nato dalle urgenze del dire – e quindi di scrivere – ogni pensiero, da quelli che orbitano sui piani universali, a quelli che si fermano di fronte a un’auto parcheggiata accanto a un marciapiede.
Veronesi, in questo testo che vi riporto parzialmente, compone una sinfonia corale di ciò che ha da dire al mondo, perchè ci sono momenti della vita in cui si sente l’imperativo di ascoltare la sinfonia di sé che inizia con la prima lettera e termina nell’ottava irraggiungibile, battuta negli accordi più intimi di noi.

Le cose che ho da dire. Ho da dire di uno yuppie che passa le giornate davanti alla scuola dove va la figlia; di un bambino down che passa sul marciapiede per mano alla madre, e che si volta lentissimamente, ma per lui di scatto, quando una macchina parcheggiata viene aperta col bip del comando a distanza; ho da dire delle automobili in mostra negli aeroporti, inchiodate sulle loro pedane oblique e girevoli, e delle ragazze con la minigonna e le calze velate che fanno loro compagnia, inchiodate anch’esse ai loro sgabelli; ho da dire tutto quello che so sui soldi, e soprattutto quello non so ancora; dei temporali elettrici d’oggigiorno, che fanno scattare gli allarmi delle macchine a ogni fulmine che cade, e sembra d’essere in mezzo a un bombardamento; delle sigarette che non riesci a spegnere, e per quanto le acciacchi rimangono accese; degli scherzi che ha fatto il cervello a me, ai miei amici, alle mie amiche, agli uomini delle mie amiche e alle donne dei miei amici; della spaventosa autonomia con cui può verificarsi l’erezione… del fare l’amore all’aperto, ho da dire, perchè è immensamente meglio che farlo al chiuso; delle straordinarie ondate di caldo in autunno e in inverno; della bellezza di certi proverbi, e in particolare di questo: “un conto è recintare il pollaio e un conto è prendere la volpe”; della straordinaria sensazione di libertà derivante dal non credere in Dio, della quale nessuno dice mai… della bellezza soverchiante di certi momenti in cui non accade assolutamente nulla… del fatto che non siamo mai veramente soli, siamo solitari; dell’entropia… della differenza che c’è (se c’è) tra scopare temendo di svegliare i genitori e scopare temendo di svegliare i figli; della fatica che si fa a riconoscere d’aver sposato la persona sbagliata; dei tre stadi dell’alienazione secondo Calvino e del fatto che secondo me ormai siamo più o meno tutti al terzo stadio: primo stadio, sono al lavoro e sogno di essere al mare; secondo stadio, sono al mare e sogno di essere al lavoro; terzo stadio, sono al mare e sogno di essere al mare.
Queste sono alcune delle cose che ho da dire, e siccome per scrivere bisogna dire, e io ho bisogno di scrivere, le dirò.

Questo esercizio di scrittura l’ho affrontato la prima volta alla Scuola Holden, e con una certa ritrosia, perchè pensavo che non mi sarebbe venuto in mente niente da dire con la stessa urgenza, e invece ho da dire eccome e non mi interessa se ciò che ho scritto è degno di nota per qualcuno o per un accademico canone. Anche io, come Veronesi, ho bisogno di dire e quindi di scrivere.

Le cose che ho da dire, io!

 

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Scatto di Steven Meisel

 

Ho da dire e lo dirò del rumore di zoccoli di un cavallo sul terreno umido di pioggia e degli inevitabili spruzzi di fango che si appiccicano ai polpacci, non te li vuoi più lavar di dosso, perchè l’odore della terra e di quell’animale sudato ti sembra sappiano di libertà; della copertina di tela blu consumata su un vecchio quaderno con la grafia di mio padre; di quella volta che un uomo mi ha chiesto se era possibile amare due donne allo stesso tempo, e poi ho scoperto che in quell’istante, o forse per il suo stesso tempo, io l’ho amato; della soddisfazione anche un po’ grottesca che provo quando trovo un refuso clamoroso su un libro altrui; della poesia; dell’odore di shampoo che solo i capelli dei bambini trattengono la notte, mentre non vista e nel silenzio mi avvicino alle loro teste e li annuso profondamente, così da tenermi dentro qualche particella d’oro.

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Scatto di Sebastian Kim

Ho da dire e lo dirò dell’infinitesimo lume delle stelle di Sylvia Plath a cui penso spesso ultimamente, e ogni volta che ne guardo una, vedo lei – magra e diafana – così vicina a quell’intimo sentire del mondo che non poteva che escoriarsi fin dentro le ossa; delle radici degli alberi, ho da dire, che le noti solo in un bosco di conifere dopo una settimana di vento forte: uno due tre alberi distesi a terra, con le radici estirpate dal suolo, se ne stanno orizzontali e definitivi, essenzialmente morti e, allora pensando alle radici sporche di terra mi vien voglia di dire che tutti abbiamo una strana consapevolezza della morte, a tutti capita, prima o poi, di doverla rivelare a un figlio – “è l’imponderabile”, gli dici – e lui, che dell’imponderabile a stenti ha capito il suono, corre via perchè ha altro da fare che ascoltar sua madre che gli dice che è vero, esiste una fine per tutto. Non è importante, ora può prendersi “il tutto”.

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Scatto di Ben Dunbar-Brunton

Ho da dire e lo dirò, che sono irretita dai cappellini per signora tanto in voga negli anni Trenta, cupole di feltro adorne di piume e paillettes che mi fan sorridere da quando ero bambina; ho da dire che quella che chiamano “età adulta” arriva prima o poi e molte delle cose che ritenevo spaventose a vent’anni, non lo sono più tanto, ma in compenso – altre, e di un’altra specie – cominciano ad apparirmi più nitide di allora e quelle che sembrano anche più spaventose le ho ribattezzate così: cose capite, quindi in definitiva mie, che io decida di vederle o meno; della trama fitta di bolle che esce da una fetta di torta al cioccolato appena sfornata, puoi rimanere ore a contarle, ma stai certo che te ne perdi sempre una; della Bellezza e della Verità, e di entrambe le cose come poetavano i Romantici, e quello che ho da dire di queste due virtù è che avevano ragione i Romantici, sono la stessa cosa perchè non ci è concesso accantonare la verità per paura, non è ammissibile addormentarsi con il pensiero che tanto non erano nostri i bambini morti tra gli spari del demonio nel mare a Sousse, non ci è concesso, in definitiva, dimenticare la bellezza del mondo e di essere persone, né in nome (se esiste) di un Dio, né del buon senso, né di un matrimonio. Ho da dire che l’azzurro del cielo non si dimentica davvero.

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Scatto di Steve McCurry

Ho da dire e lo dirò, di quando penso alla sensualità e mi vengono in mente le labbra di mia madre china mentre mi baciava la fronte, esattamente come fa ancora con i miei figli, le posa con delicatezza sulle loro teste e mentre le preme pian piano appaiano di colpo tante morbide increspature nate da un disegno, qualcuno le ha tracciate sul suo volto apposta perchè si tendessero a incorniciare un bacio che nemmeno gli anni hanno cancellato; della volta in cui mi sono trovata sola a duemila metri di altitudine circondata dalle nuvole basse in un orizzonte mancato, e lì in preda all’angoscia ho tirato fuori dallo zaino un libro di poesie di Silvia Bre e sono rimasta ferma a sentire il mio respiro sulle parole, e ho visto l’azzurro che non si vede al di là del crinale, “Ognuno vuole avere il suo dolore/ e dargli un corpo, una sembianza, un letto,/ e maledirlo nel buio delle notti,/ portarlo su di sé tenacemente/ perché si veda come una bandiera,/ come la spada che regala forze./ Ma c’è persa nell’aria della vita/ un’altra fede, un dovere diverso/ che non sopporta d’esser nominato/ e tocca solamente a chi lo prova./ È questo. È rimanere qui a sentire come adesso/ l’onda che sale nelle nostre menti,/ le stringe insieme in un respiro solo/ come fosse per sempre,/ e le abbandona./ Ma nemmeno la pupilla d’un cieco/ dimentica l’azzurro che non vede.”

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Scatto di Steve McCurry

Ho da dire e lo dirò della fierezza, sì l’orgoglio che inchioda quando mi sento parte di una Civiltà che va a dormire per fare incubi, sogna di medioevi lontani per assopire la viltà che ci attanaglia, ne parla in un bar con gli amici, la parola Isis prende il posto della manicure, è un nuovo lemma per il pour parler in società, ma su questo hanno da dire, molto più delle mie, le parole gravide di significato di un uomo senza armi: Come si apprezzano da quando tutto questo è iniziato le cose del mondo, le ore, la luce, i libri, gli incontri, la musica, e come ci si sente diventati di colpo piccoli e vani. Potremmo fonderci in collettività, di nuovo ancora. Dopo anni di rancori meschini potremmo scoprire che abbiamo con il resto del nostro mondo la sofferenza e la paura in comune… Il problema non è la forza, che ci resta ma inerte. È che abbiamo perduto di fronte a popoli assetati di profezie anche sanguinarie la facoltà di dire cose anche sublimi, quasi ispirate, gravide di significato. Un articolo di Domenico Quirico sul Nostro Mondo che scricchiola e sferraglia sui cardini di un passato dicotomico tra lustri di conquiste e invasioni barbariche, un passato che può diventare il nostro presente. Se solo avessimo il coraggio di dargli un nome VERO, smettendola di vantarci tanto di essere evoluti, di essere stati partoriti da grandi civiltà e quindi essere “gli eletti”, siamo quelli che rimasticano sazi un seme di zucca ormai vuoto ma ancora saporito tra i denti. Basta non crederci e tutti torniamo alla manicure, contenti!

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Scatto di Raffaele Montepaone

Ho da dire e lo dirò, che la fragilità ce la raccontiamo come ci pare, noi donne, – di quel che pensano in tal senso gli uomini non ho alcuna cosa da dire – perchè l’abbiamo sentita nominare fin da bambine e siamo arciconvinte che ci appartenga come i genitali, lembi di pelle da nascondere o con cui godere. La verità è che biologicamente servono a generare, così come genera la fragilità nell’arte, e in tutto l’Universo non esiste creatura che in origine non sia stata capolavoro di fragilità e forza dentro un utero di donna; della notte a Santiago, ho da dire, perchè non ne parlo mai, tengo segreto il ricordo del mio corpo sporco e stanco steso a terra di fronte a una Cattedrale coperta da una ferruginosa impalcatura di restauro, nugoli di pellegrini rumorosi nella loro sbronza allegra, una viola che suona in lontananza, e il mio infinito stupore di essere; della poesia.
Ho da dire di una frase nei Taccuini di Camus che mi viene sempre più spesso alla mente, invecchiare significa passare dalla passione alla compassione, e a tal proposito penso che sarebbe un bene, perchè l’amore ha molte forme e “sentire insieme a qualcun altro” è proprio la forma più alta, è etimologia e unico senso della compassione; la passione, invece, ha due anime come l’Imperatore nei Tarocchi, è una carta potente e creatrice quando è dritta, ma al rovescio non conduce più in alcun luogo, e piega sussurrandoci all’orecchio di chiamarsi amore.
Dell’amore ho da dire, sì perchè non l’ho, di certo, capito di che materia sia fatto, ma tra gli atomi conosciuti ne gravitano due:
1- vive (a patto di non dimenticare mai che si amano le persone in quanto persone, ma vieppiù accade di confondere i nomi di persona con i nomi di cosa. E non sono grammaticalmente la stessa cosa).
2- muore (solo i massimi sistemi possono esitare cercando di comprenderne il perchè).

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Scatto di David Seymour

Ho da dire che le storie ci servono per sopravvivere.

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2 Comments

  1. WOW bello lo scritto di veronesi che non conoscevo. bellissimo il tuo. un bacio

  2. Pofferbacco!
    Le cose che ho da dire te le dirò di persona, volevo solo farti sapere che finalmente l’ho letto.

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